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IL PUNTO DI VISTA DI…
Goffredo Gaeta
Cosa è che ha sempre spinto gli esploratori a proseguire caparbiamente nel loro cammino?
Forse la voglia di volere vedere cosa c’era al di là della collina. Questa è la molla cha ha sempre stimolato l’uomo all’avventura di nuove scoperte. Allora chi sono i “RAKURIOSI”? Direi degli esploratori, nello spirito, senza dubbio, alchimisti di fatto. Chi fa ceramica da anni, sa che la ceramica, col tempo diventa una malattia che nei casi più gravi sfocia anche in vera mania.
Questo fenomeno applicato da chi è un po’ esploratore ed incline all’alchimia, dà origine ad una miscela esplosiva che potremmo definire “IL RAKURIOSO”.
Il rakurioso vive la sua avventura accanto al fuoco, tutta per se, non sente caldo, non sente freddo, respira il fumo della segatura di legno bruciato, come fosse aria di alta montagna.
Mentre il pezzo che ha nel forno è in cottura, una ridda di pensieri, dubbi e sogni passano per la sua mente: “Avrò dato uno spessore giusto di smalto?”; “Questa sovrapposizione di smalti dovrebbe reagire in questo modo!” Immagina la reazione al fuoco degli smalti da lui realizzati in maniera empirica sull’esperienza dei risultati precedenti, mentre l’ora fatidica della sfornata si avvicina.
E’ giunto il momento, il pezzo rovente viene estratto; pinze, guantoni, “grembiulone”, bandana. Tutto fa sì che questo novello personaggio quasi mitologico del XXI secolo, si senta padrone della materia.
Il pezzo è estratto, si butta segatura per la riduzione, si copre il pezzo affinché l’ambiente riducente faccia il suo effetto. Sarà poi così?
L’attesa è ancora peggio dei momenti della cottura, guardo, non guardo e se poi prende aria e si ossida e poi si rompe?
Il rakurioso, soffre e gode al tempo stesso e a volte pensa, ma chi me l’ha fatto fare, quanto sarebbe più bello stare in riva al fiume con una canna a pescare… No! Perché l’essere umano ha bisogno di avventura e si nutre di emozioni, quelle emozioni che poi sono il sale della vita.
STORIA DEL RAKU
Pare che nel XVI secolo un ceramista giapponese (tale “Chojiro”), originariamente produttore di tegole, produsse casualmente la prima ceramica Raku.
Chojiro, pensò di utilizzare tale tecnica per venire incontro alla sempre maggiore richiesta di tazze per la cerimonia del tè.
Realizzò quindi un particolare impasto, semirefrattario, che gli consentì di estrarre queste tazze dal forno sempre più calde, quasi roventi.
Il termine raku in giapponese significa letteralmente “comodo, rilassato, piacevole, gioia di vivere”, termini che ci riportano alla filosofia Zen, che esalta l’armonia presente nelle piccole cose e la bellezza nella semplicità e naturalezza delle forme.
Il giapponese Rikyun Maestro di cerimonia del tè, divenne un vero e proprio mecenate della tecnica raku, abbinando l’oggetto ottenuto con tale tecnica al rito della cerimonia del tè.
Il rito viene realizzato con oggetti poveri tra i quali il più importante è la tazza, che gli ospiti si passavano l’un l’altro.
Rikyum pensò quindi di togliere il manico alla tazza e rendere la tazza di dimensioni tali da poter essere contenuta nel palmo della mano.
Col passare dei secoli anche l’occidente è venuto a conoscenza di questa tecnica e subito se ne è appropriato per applicarla alla propria cultura ceramica, applicandola alle più svariate forme, facendone principalmente non dei pezzi d’uso, ma dei pezzi unici d’arte.
Data l’immediatezza di esecuzione dell’oggetto che dà in poco tempo un risultato finale, questa tecnica con il passare del tempo ha preso sempre più piede, divenendo motivo di divulgazione dell’arte ceramica, nella sua forma più nobile, cioè nella realizzazione di un pezzo unico e irripetibile.
Soprattutto gli artisti, non ceramisti di tradizione praticano sempre più quest’arte perché vedano così realizzati in poco tempo le loro idee applicate anche alla materia ceramica.
Goffredo Gaeta